L'AUTISMO E L'EDUCAZIONE

 

 

 

CORSO TEORICO DI BASE

 

 

Theo Peeters e  Hilde Declerq

 

Direttori Opledings Centrum Autisme di Anversa (BE)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo modulo: Angsa Treviso : Treviso,  17-18-19 dicembre 1999

I.S.T. Mazzotti , Inserito nel Piano di Aggiornamento Provinciale del Provveditorato agli Studi di Treviso

 

  Chiostri di Santa Corona, Sala conferenze     22-23-24-25 Novembre 2000

Inserito nel Piano di Aggiornamento Provinciale

del Provveditorato agli studi di Vicenza

 

Secondo modulo: Vicenza, Aula Magna Scuola Infermieri

    Ospedale San Bortolo             28-29-30 Maggio 2001

Angsa Treviso :         30-31 Maggio, 1 Giugno 2001 Ca' dei Carraresi

 

Patrocini della Regione Veneto, dei Provveditorati di Treviso e Vicenza

Di Comuni e Provincie di Treviso e Vicenza.

 

 

 

                         

 

 

 

 

 


La Teoria dell'Iceberg, capire l'Autismo

Dott. Theo Peeters:

 


Cominciamo a sensibilizzare le persone con l'autismo, presentando l'immagine dell'iceberg.

 

 

Spesso le persone che si trovano ad occuparsi di bambini, ragazzi, adulti con autismo vedono quello che c'è in superficie ovvero i problemi di comportamento e quello che poi ci viene chiesto spesso dai professionisti, dagli operatori è: aiutateci con questi problemi di comportamento, dateci delle ricette per questi problemi di comportamento.

Quello che noi diciamo, è: la vostra richiesta è comprensibile ma affrontare il problema del comportamento è qualcosa che sta alla fine della comprensione di quello che è l'autismo.

Con un po’ di immaginazione qui potete vedere un iceberg … vediamo la parte che emerge, ma come sapete la più grande parte dell'iceberg è invisibile, nascosta sotto l'acqua. Quello che noi vediamo della persona autistica sono gli aspetti sintomatici e osserviamo per esempio: "ha dei movimenti stereotipati, si picchia la testa da solo, ha dei comportamenti aggressivi"; questi sono dei sintomi che stanno sulla parte superiore dell'iceberg, ma la loro natura sta nella parte nascosta, la più grande dell'iceberg. Il nostro intervento non sarà su questi sintomi, ma su quello che c'è sotto.

Come in un iceberg, la più grande parte è quella invisibile che è nascosta, quindi quello che noi dobbiamo fare è capire le cause ( davvero enormi ) di questi sintomi.

E una volta che riusciamo a comprendere le cause del problema, allora possiamo fare un intervento basato sulle cause e in questo modo lavoriamo sulla prevenzione. Può sembrare semplice, ma in realtà questo procedimento richiede un grandissimo sforzo di immaginazione e una costante formazione, perché quello che dobbiamo fare è cercare di metterci nei panni, nella testa della persona colpita da autismo, nella persona che elabora le informazioni in modo diverso da come facciamo noi e quindi capire questo modo diverso di elaborare le informazioni mettendosi nella sua testa.

 

Naturalmente nel momento in cui riusciremo a comprendere l'autismo dall'interno mettendoci nei panni della persona affetta da autismo, potremmo vedere quelli che sono gli ostacoli che potrebbero renderle la vita così difficile, e quindi provocano problemi di comportamento così visibili e cercheremo di eliminare questi ostacoli.

Ora se si guarda in modo superficiale a questo approccio senza capire la procedura, si può pensare che sia l'applicazione di una tecnica in modo rigido, ma è esattamente il contrario, i professionisti che lavorano con l'autismo, sono persone che devono essere dotate di una profonda immaginazione e capacità di immedesimarsi nella persona autistica.

Ora l'immagine dell'iceberg è veramente il punto di partenza per comprendere la nostra filosofia di come affrontare l'autismo. Ora data l'importanza che riveste questo punto di partenza, a titolo introduttivo ci soffermiamo ancora su questo tema e ora Hilde parlerà di un bambino autistico italiano che ha conosciuto ad uno stage di formazione pratica, del suo punto di vista, del suo comportamento e delle cause che lo scatenavano. Successivamente Theo parlerà di un adulto affetto da autismo, sempre analizzando i problemi di comportamento e le cause.

 

Luca è un bambino autistico di 6 anni conosciuto durante uno stage pratico in Italia. Prima spiego come si svolge lo stage pratico.

I trainers sono 5, durante lo stage ci sono 5 bambini, tra adolescenti e adulti, persone con autismo, che saranno assieme ai formatori in uno spazio creato apposta, in una classe, diciamo così artificiale.

Prima che inizi lo stage, che inizia di lunedì, al sabato e la domenica, i 5 operatori preparano gli ambienti basandosi su un dossier di ognuno dei 5 soggetti autistici che lavoreranno, compilato in parte dai genitori e dai professionisti con cui i ragazzi lavorano, in modo tale che nella classe siano studiati degli spazi individualizzati per ogni soggetto.

Ogni giorno viene affrontata una diversa problematica relativa ai soggetti autistici presenti e che poi viene sviluppata nel corso delle giornate di studio dai partecipanti del corso di formazione. Nella prima giornata ci si occupa degli aiuti visivi, soprattutto della comunicazione recettiva ed espressiva , poi delle attività domestiche, delle attività di tempo libero e delle competenze sociali. Tutti i partecipanti sono invitati a prendere nota di tutti i problemi di comportamento che possono osservare nelle persone con autismo durante lo svolgimento del corso, e alla fine, venerdì l'ultimo giorno viene scelto uno dei problemi di comportamento di particolare interesse, osservati durante il corso.

Nel corso di formazione a cui fa riferimento, era stato scelto dai partecipanti, il problema di comportamento di Luca, che consisteva nel suo comportamento autoagressivo: si picchiava da solo, e Luca di 6 anni era colpito oltre che da autismo anche da ritardo mentale profondo. Non era verbale ma utilizzava una solo parola: mamma.

Utilizzava la parola mamma ogni volta che voleva comunicare qualcosa, se voleva dire ho fame diceva "mamma", se voleva uscire diceva "mamma", mamma era un po’ una parola passe-partout per comunicare tutto. Luca aveva una particolarità, gli piacevano le macchine, ma non le macchine quelle per giocare, voleva stare tutto il giorno a guardare le macchine, quelle vere però.

Potete immaginarvi le difficoltà durante il corso di formazione pratica, Hilde (il trainer) era responsabile di Luca, doveva svolgere le attività con Luca e nello stesso tempo illustrarle ai partecipanti per trovare il modo di analizzarle e portare aiuto. Ma Luca voleva essere fuori a guardare le macchine, continuamente. Quando è stato chiesto a sua madre se aveva lo stesso tipo di problema con Luca a casa, sua madre aveva risposto che Luca in casa non voleva mangiare, non voleva dormire e non era mai tranquillo perché voleva continuamente stare in macchina e l'unico modo che aveva sua madre per stare un po’ tranquilla, per non avere una giornata infernale era mettere Luca in macchina, e una volta che era in macchina si calmava, e diventava tranquillo. Quindi potete immaginare le difficoltà, sia nella situazione professionale nel corso di formazione, e soprattutto la situazione a casa perché a questo punto, Luca mangiava in macchina, dormiva in macchina, non poteva fare niente perché vedeva le macchine dappertutto.

Naturalmente anche quando si andava a fare una passeggiata appena vedeva una macchina voleva aprirla per entrarci e naturalmente le macchine sono dappertutto, quindi potete immaginarvi la situazione. Ora quando si hanno problemi come quelli di Luca che ha comportamenti di autoaggressività, la prima domanda che bisogna porsi è questa: che cosa abbiamo già fatto per migliorare la situazione?

 

E ora brevemente vi spiegherò che cosa avevano fatto i trainers per migliorare la qualità di vita di Luca. Per prima cosa avevano cercato di adattare lo spazio, bisogna dire che per un soggetto come Luca, il mondo è veramente caotico, non riesce a trovare il significato che c'è dietro il caos, e quindi il primo passo è quello di adattare lo spazio creando degli ambienti, che in qualche modo si spieghino da soli. Ora noi sappiamo che i soggetti colpiti da autismo pensano per immagini, quindi quello che hanno fatto i trainers era fare in modo che ogni spazio, fosse chiaro il tipo si attività legate a quel particolare ambiente. Quindi per Luca era visualmente chiaro che c'era uno spazio per il gioco dove poteva giocare e uno spazio con un tavolo e una sedia dove avrebbe dovuto svolgere delle attività stando seduto al tavolo.

La grande differenza era che, nello spazio di tempo libero del gioco poteva anche comportarsi in modo stereotipato come lui voleva, e nell'angolo del lavoro (ma non amiamo molto la definizione lavoro per un bambino di 6 anni), nello spazio delle attività non doveva avere comportamento come il buttarsi per terra o cose del genere.

Luca non comprendeva il linguaggio verbale, quindi bisognava trovare un modo per comunicargli quello che avrebbe dovuto fare durante la giornata, e dal momento che i soggetti colpiti da autismo sono dei pensatori visuali, bisognava trovare un aiuto visivo per spiegargli quello che avrebbe dovuto fare. Luca non comprendeva il linguaggio verbale, ma come risultava dalle le foto valutazioni informali, non capiva neanche le foto, i disegni, le pittografie e così via. Capiva gli oggetti, gli oggetti molto concreti , di uso quotidiano.

Hilde per spiegargli che doveva svolgere delle attività al tavolo di lavoro, prendeva la prima delle attività che avrebbe dovuto svolgere, la portava a Luca che vedendo l'attività stessa la portava al tavolo di lavoro. E quando aveva svolto i compiti al tavolo delle attività, per fargli capire che era finito il momento del lavoro e poteva tornare a quello del tempo libero gli mostrava un pallone, perché nello spazio del tempo libero ce n'erano tanti. Gli faceva vedere un bavaglio per spiegargli adesso si va a mangiare e il pannolino per fargli capire quando si andava al bagno e lo zainetto per quando doveva andare a casa. In questo modo Luca aveva la prevedibilità del tempo, proprio a sua misura cognitiva.

Aveva anche preparato (stiamo parlando anche di quello che aveva fatto prima dell'inizio del corso per prevenire eventuali problemi di comportamento) delle attività molto semplici per lui, si trattava di attività con un inizio molto chiaro uno svolgimento e una fine molto chiara, preparata pensate, in modo così visuale che Luca vedendole capiva immediatamente quello che avrebbe dovuto fare.

Per esempio aveva preparato una scatola che aveva un buco e di fianco dei cubi, e lui non doveva fare altro che mettere il cubo dentro al buco, ed era chiaro per lui che quando lo scomparto a sx. era vuoto era finita l'attività. Si tratta di attività molto semplici, ma ovviamente dobbiamo considerare che Luca era affetto anche da un ritardo mentale grave e si trattava quindi di attività adattate al suo livello. Quello che era importante era che queste attività potesse svolgerle correttamente, quindi potesse avere la sensazione del successo, di aver fatto qualcosa di giusto (per quanto semplici fossero pensate e organizzate per il suo livello di pensiero).

Ed è importante non dimenticare l'aspetto emotivo legato alle emozioni della persona con autismo, dandogli la prevedibilità del tempo, gli davamo un senso di sicurezza per quello che avrebbe dovuto fare. Organizzando per lui quelle attività che effettivamente era in grado di fare, gli abbiamo dato un senso di riuscita, di essere riuscito a fare qualcosa veramente da solo, quindi la sensazione di successo e vi prego di capire che questo ha molto significato per questi bambini provati continuamente dall'insuccesso e dalle frustrazioni.

 

Abbiamo parlato di quanto abbiamo curato la preparazione dell'ambiente all'inizio del Corso pratico, ma nonostante tutta questa prevenzione ,alla fine della settimana, venerdì Luca era stato scelto per i suoi problemi di comportamento, quindi questi erano particolarmente disturbanti per lui; non avevamo fatto abbastanza!

Come abbiamo detto, era stato chiesto ai partecipanti allo stage di formazione pratica di prendere nota di tutti i problemi di comportamento che potevano osservare, e la prima cosa che poi viene chiesta ai partecipanti è: in quale situazione è stato osservato il problema di comportamento. Erano state individuate 4 situazioni nelle quali Luca si picchiava. 1° situazione nelle attività al tavolo, 2° situazione durante il tempo libero, poi durante il pasto del giovedì, e poi alla fina della giornata quando vedeva sua madre e la sua insegnante. Ora anziché fissarci, soffermarsi sulla parte emersa dell'iceberg, quindi Luca che si picchia, cerchiamo di capire quello che è nascosto, quello che c'è dietro, guardando attraverso gli occhi di Luca, perché ricordiamoci che la più grande parte dell'iceberg è nascosta sott'acqua. Quello che si vede è Luca che si picchia, ma quello che non si vede, la grande parte sommersa, rappresenta l'autismo.

 

La triade sintomatologica dell'autismo: la difficoltà nella comunicazione, nella interazione sociale e nell'immaginazione nel gioco simbolico.

Ora prenderemo in analisi tutte le diverse situazioni in cui si verificavano gli episodi di autoaggressività e cercheremo di capire il comportamento di Luca.

La 1° situazione: Luca si picchiava durante le attività da svolgere al tavolo. Come già spiegato erano state preparate delle attività molto semplici con un inizio chiaro e una fine chiara e uno svolgimento molto chiaro. Durante il corso anche i partecipanti avevano preparato delle attività per lui. Ora i partecipanti avevano preparato un'attività di questo tipo; si trattava di due scatole e in una di queste scatole si trovavano dei cubi, l'attività consisteva nel metterli in un'altra scatola, solo che l'altra scatola non era chiusa, era aperta e quindi succedeva che Luca, dopo aver messo tutti i cubi alla sua sx nella scatola alla sua dx ricominciava a farlo nella direzione opposta. Sapete che Luca non comprendeva il linguaggio verbale, ma i partecipanti che erano molto motivati ad aiutarlo e reagivano dicendo una pappardella di cose incomprensibili. Luca naturalmente non capiva una parola di quello che gli veniva detto, e non aveva neanche un mezzo per far capire che non capiva, potete già vedere qui le grandi difficoltà nella comunicazione espressiva e recettiva. E quando poi ancora altri partecipanti, altre persone si avvicinavano a lui continuando a dirgli cose che non capiva, ad un certo punto la sua reazione era quella di cominciare a picchiarsi. E cosa succedeva? Succedeva che quando cominciava a picchiarsi, allora venivano interrotte le attività, veniva portato al tempo libero e poteva guardare le macchine, la sua stereotipia preferita, l'attività in cui si sentiva a suo agio. Quindi abbiamo chiuso la seconda scatola con un coperchio munito di fessura grande come i cubi da inserire così Luca una volta infilati tutti i cubi non li vedeva più e capiva che aveva finito.

E perché a guardare le macchine? Nella 2° situazione che abbiamo detto, abbiamo visto che anche nel tempo libero si picchiava, dobbiamo immaginarci la situazione: Luca bambino con autismo, si trova in uno spazio con tantissimi giocattoli e con altri 4 bambini autistici. C'erano dei palloni, delle bambole, una piccola cucina in miniatura; ma dobbiamo pensare: quando si hanno dei problemi a livello di immaginazione, che cosa ce ne facciamo di una bambola o di una cucina in miniatura? Ma soprattutto c'erano dei cubi di duplo, lo stesso duplo che veniva usato nell'attività di lavoro strutturato, (solo che al tavolo lui sapeva che cosa doveva fare, doveva mettere i duplo in un'altra scatola), lì, nell'attività libera non capiva cosa farsene.

Ma aveva trovato una soluzione per giocare con il duplo, prendeva i cubi e li tirava in testa agli altri bambini e ogni volta che lo faceva arrivava un professionista a dirgli qualcosa verbalmente, e naturalmente Luca non capiva una parola di quello che gli veniva detto dall'operatore, ma era un'attività divertente per lui tirare colpire in testa gli altri bambini con il duplo…: ogni volta che colpiva qualcuno, dal bambino usciva un suono divertente che a lui piaceva. Come il tiro a segno alle giostre.

Un altro aspetto di Luca era che non era assolutamente un bambino chiuso in sé stesso, ripiegato in sé stesso, anzi era un bambino che amava molto le coccole, accarezzato ecc. ecc., ma non aveva nessun mezzo, nessun modo per comunicare questo. Quindi, anche se qualcuno gli tendeva le braccia, lui non reagiva (ricordare la disfunzione nella comprensione delle regole sociali: un atteggiamento fisico per noi corrisponde ad una intenzione, è una cosa astratta che un autistico non vede).

La 3° situazione era il pasto del giovedì. I partecipanti al Corso erano stati invitati a preparare una macedonia insieme ai soggetti autistici presenti. Luca aveva partecipato alla preparazione della macedonia e quando aveva finito di prepararla era il momento del pasto, ora i soggetti autistici erano seduti a tavola e la macedonia era lì vicino bene visibile, Luca molto pazientemente prima aveva mangiato la zuppa, e probabilmente pensiamo che Luca dopo aver mangiato la zuppa, abbia pensato bene "ora posso mangiare la mia macedonia", ma subito dopo arriva una donna con un vassoio pieno di pasta, e pazientemente aveva mangiato la pasta, aspettandosi dopo di mangiare la macedonia, ma una volta finita la pasta ritorna la stessa signora di prima con un vassoio di carne, ma Luca a questo punto aveva cominciato a picchiarsi, così immediatamente aveva avuto la sua macedonia. Era il solo modo che Luca aveva per comunicarci che non era d'accordo su quello che stava succedendo.

Durante la giornata di corso in cui si affronta il tema della comunicazione era stato chiesto ai partecipanti di prendere nota della comunicazione spontanea di Luca durante il pasto. In seguito alle osservazioni, la conclusione dei partecipanti era che Luca non avesse fame, perché non aveva chiesto niente. Si è individuato e sviluppato un obiettivo di apprendimento per Luca: chiedere qualcosa da mangiare porgendo un piatto a un'altra persona: nel momento in cui Luca aveva imparato che porgendo il piatto riceveva qualcosa in cambio, alla fine del pasto aveva mangiato una intera pagnotta, quindi aveva fame e le conclusioni precedenti dei corsisti si sono dimostrate molto inesatte!.

L'ultima situazione: Luca si picchiava ogni volta che vedeva sua madre e la sua insegnante. Ora questo è legato allo stile cognitivo della persona autistica, su cui tornerà più approfonditamente nel pomeriggio "il pensiero in dettagli".

Quindi anziché soffermarsi sulla parte visibile, "Luca si picchia quando vede sua madre con la sua insegnante", dobbiamo capire cosa sta nella parte sommersa e questo è legato al pensiero in dettagli.

 

Molte persone colpite da autismo pensano per così dire in compartimenti visivi, e ogni dettaglio appartiene a un determinato contesto. Il che vuol dire :"la maestra, l'insegnante è legata al contesto classe, appartiene alla classe, la mamma appartiene alla casa, quindi che cosa significa vedere la madre e l'insegnante insieme nello stesso luogo. Questo per Luca era molto difficile da capire, perché la sua insegnante era lì in quel contesto dello stage pratico? Forse voleva dire che lui doveva tornare a scuola? E ogni volta che per lui la situazione di dubbio diventava insostenibile ricominciava a picchiarsi.

Lo si portava fuori a vedere le macchine e lui si calmava. E la stessa cosa con sua madre, quando lui vedeva sua madre secondo lui era ora di tornare a casa. Tuttavia quando sua madre lo veniva a prendere voleva parlare con i formatori dello stage e voleva un colloquio, faceva un sacco di domande, ci voleva del tempo e quindi Luca doveva aspettare, ma aspettare quanto? Questo non lo capiva; presto per lui la situazione diventava insostenibile, ricominciava a picchiarsi e a quel punto sua madre lo prendeva e tornavano subito a casa. Quindi di nuovo senza fermarsi sulla parte superficiale cerchiamo di capire le cause partendo dalle difficoltà specifiche delle persone colpite da autismo, e pensando a questo dobbiamo di nuovo pensare di riadattare i nostri sforzi, la nostra preparazione per prevenire i sintomi, i problemi di comportamento.

 

Adesso abbiamo parlato di un bambino, ma parliamo anche di un adulto affetto da autismo Herman.

Herman è una persona di 35 anni con autismo associato a ritardo mentale medio grave e vive in un centro per l'handicap che ha una buona fama; tuttavia il personale di questo centro non aveva una formazione specifica sull'autismo e a un certo punto il dott. Peeters era stato chiamato in questo centro perché Herman manifestava una serie di problemi di comportamento che lo rendevano sempre più ingestibile e i responsabili del centro volevano intervenire prima di dover ricorrere a una terapia con neurolettici e psicofarmaci.

Il primo passo da parte dei trainers del dott. Peeters, era stato quello di osservare Herman nella situazione naturale; anche Herman era quasi completamente non verbale. Ora facciamo riferimento alla triade sintomatologica, cosa vuol dire: naturalmente noi non consideriamo l'autismo come un unico sintomo, ovvero l'essere ritirati in sé stessi, ma l'autismo come una sindrome con una serie di sintomi. Quindi i tre gruppi essenziali nella definizione della sindrome autistica sono problemi nell'ambito della comunicazione, nell'interazione sociale e dell'immaginazione (triade sintomatologica descritta da Lorna Wing, psichiatra e genitore della National Autistic Society Inglese n.d.r.).

Come nel caso di Luca anche gli operatori che lavoravano con Herman non partivano da questo punto di vista e non lo conoscevano; era ovvio che si sarebbero avuti dei problemi di comportamento. Ora durante la sua esposizione Hilde farà di tanto in tanto riferimento a delle frasi dette da persone autistiche eccezionalmente dotate, si tratta di un sottogruppo di persone con autismo che hanno scritto libri, autobiografie, che fanno conferenze che comunicano tra di loro con Internet e si stanno organizzando in modo sempre più complesso e che presto avranno una rappresentante di tipo politico come è successo 50 anni fa con i sordi.

 

Se l'argomento vi interessa in particolare modo potremo soffermarci su questo sottogruppo, ma per il momento lo citiamo soltanto di tanto in tanto. Ora la prima parte della triade sintomatologica: la comunicazione. Una persona affetta da autismo che si chiama Donna Williams (australiana ora vive in Inghilterra) ha scritto in un passo dei suoi libri: "Quando avevo 5 anni potevo sopportare il bla bla della gente solo per 5 secondi", bisogna pensarla bene questa frase perché è un po’ una frase chiave. Il dott. Peeters, di tanto in tanto, quando cerca di capire e descrivere l'autismo, fa riferimento a delle esperienze avute da lui stesso: naturalmente lui non ha i problemi di comportamento di una persona affetta da autismo, ma ha per esempio dei problemi nella comprensione di certe lingue, quando si trova in Italia capisce un po’ di italiano, ma non tutto, per es.: se voi gli parlate e dite soltanto l'essenziale, allora probabilmente capisce, e se voi parlate con molte parole con molto bla-bla a questo punto lui si scoraggia e non cerca neanche più di capire quello che state dicendo, e se voi individualmente parlate con lui, quindi siete voi e lui che parlate, allora sicuramente farà degli sforzi per capire quello che state dicendo, ma in un gruppo di persone, tante persone che cercano di parlare contemporaneamente non farà neanche lo sforzo di cercare di capire quello che state dicendo, avrà delle difficoltà a venirvi dietro.

Dovete pensare che le persone colpite da autismo hanno questo stesso problema ma in modo molto più estremo. Questo era il problema di Herman nel suo centro, gli operatori del suo centro erano convinti che lui capisse molto del linguaggio verbale, allora gli parlavano, gli parlavano, gli parlavano.

Hilde ci ha dato una dimostrazione prima di quello che vuol dire non capire continuamente (ha chiesto al dott. Peeters di continuare la sua esposizione in fiammingo n.d.r.). Se lui andasse avanti a parlare in fiammingo sicuramente voi all'inizio come Herman sareste pazienti ma dopo un quarto d'ora qualcuno di voi inizierebbe ad andarsene via, qualcun altro comincerebbe a insultarlo o cose del genere e lui tornerebbe in Belgio dicendo "quelle persone di Vicenza hanno molti problemi di comportamento".

Per gli operatori capire il problema di Herman significava accettare che spesso le persone colpite da autismo fanno così tanti sforzi per cercare di capire quello che noi diciamo e che facciamo, e nel momento in cui noi diciamo una certa cosa in un contesto appropriato, allora danno l'impressione di capire quello che abbiamo detto, (es: quando si tratta di capire una routine, un qualcosa detto in un contesto che si ripete, qualcosa che si deve fare tutte le volte in questo contesto) ma questo non vuol dire che c'è la comprensione di tutte le parole.

Per es.: quando si conduceva Herman in bagno e gli si diceva, ora Herman lavati la faccia lui lo capiva; ma se era in un'altra stanza da bagno e gli si diceva Herman lavati, non lo poteva capire perché non era nel contesto conosciuto.

Si possono fare degli altri esempi di questo tipo. Il dott. Peeters pensa che sia una cosa del tutto logica, per es. come lui ha già detto capisce un po’ di italiano, ma se tutto il giorno gli parlate in italiano, ad un certo punto non ce la fa più e la stessa cosa per Herman che sottoposto a questo continuo sforzo, ad un certo punto esplodeva.

 

2° aspetto della triade sintomatologica, la comprensione sociale, l'interazione sociale. Ora noi dobbiamo capire che non parliamo soltanto con le parole, ma parliamo con gli occhi, con il corpo, con espressioni facciali, e le difficoltà di comprensione nell'autismo, non si fermano alle parole, ma riguardano tutti questi aspetti.

Per comprendere bene questo possiamo riferirci a Gunilla Gerland una persona autistica dotata, che ha pubblicato un libro che si intitola Una persona vera edito da PHOENIX.

Proprio in questo libro descrive il suo primo giorno di scuola : "450 voci imprevedibili e tutte quelle gambe e quelle braccia che si muovono contemporaneamente". Vedete, capite, tante informazioni da assimilare e per le persone autistiche, pensatori visuali, manca proprio la possibilità, il tempo per permettersi di vedere il significato comunicativo, sociale di queste espressioni.

Un'altra persona autistica dotata Temple Grandin, che vive nel Colorado dove fa la veterinaria, dice: quando mi trovo insieme a tante persone, cerco di capire quello che fanno e mi sento "come una antropologa su Marte " (Titolo del libro di Oliver Saks che descrive le esperienze di autismo n.d.r.). Un'altra persona autistica dotata inglese Terese Joliffe, una persona eccezionale che ha un dottorato in autismo, ad un certo punto nella sua autobiografia, scrive: "tutte le volte che mi trovo in una situazione sociale, vedo tante persone che si comportano in un certo modo, allora cerco di analizzarle in modo scientifico, così prendo nota di tutto quello che fanno, di tutti i dettagli diversi che sto vedendo e mi ritiro in una stanza a pensarci su, e quando penso di aver capito, di essere preparata, ritorno nella situazione. Ma soltanto per capire che lo studio non mi ha aiutata molto perché la situazione è di nuovo cambiata totalmente".

Quindi potete osservare questa attitudine all'analisi scientifica , al bisogno di descrivere per immagini fisse, delle persone autistiche e Mark Segar un'altra persona autistica dotata ha scritto: "se dovessi riassumere in una frase l'idea dell'autismo direi che le persone autistiche devono capire in modo scientifico, quello che le altre persone fanno in modo intuitivo".

Quindi potete immaginare le difficoltà di una persona colpita da autismo e ritardo mentale come Herman nel dover capire la situazione di gruppo in cui si trovava a stare. Il dott. Peeters è convinto che bisogna pensare alla protezione delle persone colpite da autismo nel gruppo improvvisato. Il direttore del centro in cui si trovava Herman non aveva una comprensione molto moderna dell'autismo, e quello che diceva il direttore di questo centro era: la nostra filosofia è tutta nelle attività di gruppo, noi dobbiamo spingere le persone ad essere sociali, se lasciamo Herman fuori dal gruppo poi diventerà ancora più autistico di quello che è già, e quindi mettiamolo nel gruppo con gli altri!

Ora provate a mettervi nei panni di Herman, provate a vedere l'autismo dall'interno, immaginate Herman in queste situazioni di gruppo tutto il giorno. Era chiaro che ad un certo punto non poteva più funzionare. Ora Herman persona autistica non verbale, non poteva avere i mezzi per dire "ora basta è troppo, scusatemi ho bisogno di protezione" .L'unica cosa che sapeva era che se cominciava a sbattere la testa contro il muro a picchiare gli altri a picchiarsi da solo, allora veniva tolto dalla situazione che per lui era insostenibile e veniva portato nella sua camera tranquilla. Ora possiamo capire chiaramente: se noi vediamo l'autismo superficialmente chiamiamo questo un problema di comportamento, ma se noi lo capiamo dal punto di vista di Herman, lo traduciamo come un tentativo disperato di comunicarci le sue difficoltà. Questo per quanto riguarda l'interazione sociale, che deve essere insegnata a piccoli passi e non imposta totalmente

.

3° aspetto che riguarda l'immaginazione. Ora affronteremo il tema in modo più dettagliato perché nell'autismo c'è una specifica difficoltà nell'andare al di là dell'informazione data. Ora memorizzate bene quello che sto dicendo perché è un tema su cui ritorneremo spesso e faremo spesso riferimento. Le persone colpite da autismo hanno un profilo molto disarmonico, nell'elaborazione delle informazioni (funzione cerebrale n.d.r.). Hanno un profilo disarmonico nel senso che hanno dei punti molto forti e dei punti molto deboli.

I punti di forza sono costituiti dall'elaborazione delle informazioni concrete e visibili nello spazio (oggetti reali, foto, disegni), e le informazioni invece che costituiscono delle difficoltà per loro sono informazioni che sono astratte, invisibili, temporali (linguaggio verbale, discorsi metaforici, sentimenti, sensazioni).

Ora se voi capite questo aspetto, come pensate che possa essere elaborata l'informazione del tempo? Il tempo è invisibile, molto astratto e naturalmente temporale (passa e non torna). Non dimenticate che anche noi abbiamo dovuto rendere il tempo visibile per permetterci di organizzare meglio la nostra vita e il nostro tempo: abbiamo costruito il calendario, l'orologio.

Se una persona non ha questa prevedibilità del tempo è portata a pensare che la sua vita sia dominata dalle coincidenze. E una persona che non avrà nessuna prevedibilità del tempo sarà una persona che sarà dipendente dalle altre persone. Quello che osserviamo nella pratica è che le persone con autismo non vengono aiutate a capire il tempo, a capire quello che succederà. Spesso creano loro stessi una routine per avere una prevedibilità del tempo, una routine alla quale possono attenersi molto rigidamente e avere molta resistenza ai cambiamenti in modo di avere una certezza di quello che fanno, visto che nessuno da loro i mezzi per comprendere. Da questo punto di vista Herman era molto fortunato perché le attività, la vita nel centro dove stava, erano organizzate come quelle di un monastero, ogni giorno le stesse cose alle stesse ore. Ma se qualche volta c'erano dei cambiamenti di questa routine, allora Herman perdeva quel piccolo potere di prevedibilità che aveva nella sua vita e questo gli creava enormi difficoltà.

E soprattutto il sabato e la domenica erano difficili per Herman perché tutto era imprevedibile. Quindi, vedete noi possiamo dire Herman ha dei problemi di comportamento, ma quello che noi dobbiamo capire è che è veramente un peccato che Herman non sia seguito da persone che conoscono il suo problema. Quindi diciamo: sì, lui ha dei problemi di comportamento, ma noi abbiamo dei problemi di comprensione se non capiamo perché lui si comporta così.

 

Abbiamo parlato della triade e del legame con i problemi di comportamento, ora cerchiamo di vedere altre difficoltà di Herman nei vari momenti della giornata. Il momento più positivo della giornata: c'erano le ore del pomeriggio in cui c'era una attività da svolgere: veniva chiamato "Atelier occupazionale". Nelle tre ore di questo atelier, Herman aveva una educatrice per lui solo, perché dato il suo ritardo mentale, il direttore aveva voluto un rapporto uno-uno. E vedendo Herman e la sua educatrice insieme, i Trainers avevano provato delle sensazioni contrastanti: da una parte positivi, dall'altra negativi. Positivi perché vedendoli insieme era evidente, si capiva che si volevano molto bene. Herman era contento che la sua educatrice fosse accanto a lui e l'educatrice voleva bene a Herman.

Quello che era triste, era che anche in queste 3 ore Herman non aveva mai un momento in cui era veramente indipendente. Herman era in grado di capire le immagini, le fotografie, i disegni, ma non aveva nessun supporto visivo che potesse aiutarlo, e tra i due, Herman e l'educatrice, si era venuta a creare una routine un po’ bizzarra. Herman era seduto a un tavolo e alla sua sinistra c'era la sua educatrice che gli diceva qualcosa. Herman non capiva quello che gli si diceva, ma tutte le volte lui riprendeva una certa attività, poi si fermava la guardava, aspettava che lei dicesse qualche altra cosa, e quando lei parlava di nuovo lui continuava a svolgere le attività. Continuava così per tutto il tempo, lui si voltava, guardava l'educatrice, e quando questa parlava lui ricominciava l'attività. Herman non faceva più distinzione tra le parole, era diventato un'unica cosa, una routine, aspettava queste parole che non capiva per fare il lavoro.

Ora se io penso all'idea che ho io di felicità, di stare bene, sono convinto sia qualcosa legato anche all'essere indipendente, il saper fare delle cose da solo, penso che sarei molto triste di essere dipendente sempre da un'altra persona e per questo era triste vedere che Herman, anche in quel momento che era il migliore della giornata, non fosse mai del tutto indipendente, non potesse mai fare una cosa da solo.

2° momento della giornata, quando gli operatori cercavano di coinvolgerlo nell'ambito di una attività domestica. Si davano a Herman consegne verbali come "apparecchia la tavola". Apparecchiare la tavola ora può sembrare una cosa molto semplice per noi, ma è una cosa molto difficile, più complessa di quello che pensiamo. Ora, se qualcuno mi chiede di apparecchiare la tavola, io sono una persona che ha molto linguaggio, anche molto linguaggio interiore, che cosa significa, significa che ho all'interno una rete di concetti che mi permette di capire come (immaginare) organizzare un'attività di questo tipo, quali sono le diverse tappe che mi permettono di svolgere una attività così complessa. E nel momento in cui mi viene data la consegna: apparecchiare la tavola, io a livello inconscio mi pongo una serie di domande es: di che pasto si tratta? è la colazione? la cena? il pranzo? per quante persone apparecchiare? se tutte le persone che di solito mangiano a questo posto ci sono, che cosa bisognerà bere e così via.

Ma Herman, come tutte le persone colpite da autismo anche quelle molto dotate aveva anche carenze in questo linguaggio interno, difficoltà a creare uno scenario mentale di quello che avrebbe dovuto fare e quindi per compensare questo difetto, questa impossibilità di sviluppare uno scenario interno, l'aiuto consiste nell'offrirgli uno scenario esterno, di fargli visualizzare, la sequenza, le diverse tappe che compongono l'attività e a questo punto con il supporto di uno scenario esterno, Herman sarà molto motivato a svolgere l'attività. Ora per sviluppare un aiuto di questo tipo, di uno scenario mentale esterno, naturalmente bisogna conoscere l'autismo, avere una formazione specifica sul problema specifico e in mancanza di questa formazione specifica, gli operatori del centro facevano quello che potevano e si limitavano a dire a Herman "apparecchia la tavola".

Ma nel momento in cui lo dicevano, nel contesto appropriato, nella sala da pranzo, allora Herman capiva che era qualcosa che riguardava i piatti, si dirigeva verso i piatti, cominciava a metterne qualcuno, ma dopo 2 minuti non riusciva a ricordarsi, a sapere quale era la tappa successiva e in qualche modo era come se fosse paralizzato mentalmente nel proseguimento di questa attività complessa e a questo punto quello che dicevano gli operatori era "Herman non è molto in forma, è stanco, non vuole apparecchiare la tavola".

A questo punto Herman, ancora una volta si trovava in una situazione di insuccesso. Lui voleva apparecchiare la tavola, ma non sapeva come farlo. E quello che dobbiamo pensare è: la maggior parte dei problemi di comportamento delle persone con autismo sono legati a delle situazioni di insuccesso, queste persone si sentono in una situazione di insuccesso. In questo particolare frangente Herman iniziava ad avere comportamenti autoaggressivi.

Ma il momento più difficile durante la giornata era il momento del tempo libero non organizzato. Ora, in questo centro che abbiamo detto aveva una buona fama, c'erano dalle 7 alle 8 ore ogni giorno di tempo libero non organizzato, anche se voi conoscete anche poco l'autismo, potete capire da soli che cosa significa questa enormità di tempo libero. Era proprio durante questo tempo libero che si verificava la maggior parte dei problemi di comportamento di Herman che ricominciava a picchiarsi , a correre per i corridoi, a strappare le cose dalle pareti, a gridare, ed era proprio durante questo tempo libero che si verificavano i problemi di comportamento. Ma ora analizziamo il termine "tempo libero non organizzato", molte persone autistiche a causa della loro mancanza di linguaggio interno hanno una loro mancanza nell'organizzare le attività. Quando invece, in una attività possono vedere, possono avere uno scenario visuale che indica l'inizio di una attività e come svolgerla, quando finisce l'attività, come si svolge la transizione da una attività all'altra, allora questo gli permette di organizzare il loro lavoro, con le loro attività, ma un aiuto di questo genere richiede una formazione specifica da parte degli operatori che lo attuano.

Pensate alla parola "tempo", come ho già detto il tempo è qualcosa di invisibile di astratto, di temporale e sono le informazioni più difficili da elaborare. La parola " libero", pensateci un attimo, ci si aspetta che uno faccia quello che vuole. Naturalmente siamo per la libertà delle persone autistiche, ma la parola libertà ha un significato soltanto nel momento in cui si conoscono le scelte possibili e nel caso specifico dell'autismo, libertà ha un significato quando le scelte possibili sono visualizzate, potete capire che soprattutto è durante questo tempo libero che Herman ha bisogno di aiuti educativi e senza quelli va in crisi!

Facciamo riferimento di nuovo all'immagine dell'iceberg pensando che quello che ho voluto dire adesso sia molto chiaro. Che cosa si può fare per aiutare Herman? Pensate che la terapia farmacologica sia una buona soluzione?( NO) .Questa soluzione può essere solo soluzione emergenza, nel momento in cui si ha a che fare con la persona autistica in fortissima crisi e non si ha scelta, allora rimane l'unica soluzione d'urgenza".

 

Avendo avuto esperienza in molti paesi del mondo, è stato dimostrato (Division Teacch North Carolina, NAS Inghilterrra) che nei paesi dove è stato sviluppato un approccio educativo specifico per l'autismo vengono utilizzati molto meno farmaci e terapie di questo tipo. E nel caso di Herman, un intervento che affronti direttamente i sintomi, quindi che si ponga in modo negativo agli aspetti sintomatologici, come abbiamo visto, penso non sia ammissibile. A livello etico, sarebbe come punire una persona per il fatto che ha un handicap e per il fatto che non ha un linguaggio interno che lo aiuti a guidare le proprie attività.

 

Ora per chiudere questa introduzione prima di affrontare direttamente, specificatamente l'autismo, parliamo della dimensione della prevenzione dei problemi di comportamento.

Più di 15 anni fa il ministro della pubblica istruzione in Belgio, ha iniziato questo progetto che riguardava la formazione di classi specializzate, per persone autistiche e ha dato l'incarico al dott. Peeters ed al suo Centro di formazione di svolgere una serie di corsi di formazione per operatori specifici, proprio per il problema dell'autismo, e nel momento in cui il dott. Peeters era stato coinvolto in questo progetto di formazione, aveva deciso di cominciare pensando a queste 5 assi, a queste 5 dimensioni.

Anche se all'inizio erano state pensate come dimensioni per la formazione, possono anche essere viste come i 5 punti per la prevenzione dei problemi di comportamento .

 

La prima dimensione come è logico: partire da una buona conoscenza teorica dell'autismo. E' logico, se vogliamo occuparci di un bambino cieco e non sappiamo niente di cosa sia la cecità, e gli effetti della cecità nello sviluppo, sicuramente provocheremo dei problemi di comportamento in questo bambino. Ora se avete capito bene quello che abbiamo detto riguardo Luca ed Herman, potete capire che molti dei loro problemi erano legati alla triade sintomatologica della sindrome autistica. E questo pomeriggio affronteremo più dettagliatamente i problemi relativi alle difficoltà di comunicazione e interazione sociale e immaginazione. Quindi nel momento in cui degli operatori, e si parla anche do operatori molto motivati ad aiutare i ragazzi, di operatori che hanno molta buona volontà, si rivolgono a lui per chiedere come affrontare, come riuscire a eliminare i problemi di comportamento delle persone con autismo, allora lui domanda innanzitutto "che tipo di formazione avete voi dell'autismo? che cosa sapete dell'autismo ? avete adottato delle misure specifiche per il problema dell'autismo ? per prevenire i sintomi ? vi siete basati sulla conoscenza teorica sull'autismo più avanzata a livello internazionale ? perché se queste condizioni mancano è molto ipocrita parlare di problemi di comportamento degli altri con autismo". Dovete essere in grado di fornire loro l'intervento educativo individualizzato, dovete essere dei professionisti nel vostro lavoro , solo così potrete aiutare i vostri studenti.

 

La seconda dimensione: l'adattamento dell'ambiente, domani affronteremo questo tema in modo dettagliato, adesso spieghiamo il significato essenziale di questa dimensione, cosa vuol dire? Ora la frase che spiega meglio il significato viene di nuovo da una persona autistica molto dotata Terese Joliffe. A un certo punto scrive: "il più grande sforzo della mia vita, è stato sempre quello di trovare un appiglio nel caos". Ora se entrate in questa ottica se vedete la persona autistica come immersa in un caos continuo, dominata dalle percezioni, da informazioni che non è in grado di capire, potrete rendervi conto che in primo luogo va aiutata a questo livello, le persone autistiche come noi sono alla ricerca di un significato di quello che le circonda, ma i significati che noi usiamo sono troppo astratti per essere comprensibili da loro, ora immaginatevi di trovarvi in una cultura completamente diversa, dove non solo il linguaggio è diverso, ma anche i costumi sociali, immaginatevi di trovarvi in questo contesto e non c'è nessuno che vi aiuti, penso che sia ovvio che il vostro più grande desiderio inizialmente è quello di uscire da questo caos e fornire una prevedibilità del tempo e dello spazio è il primo passo per cercare di tirare fuori dal caos la persona autistica. Questo è il fondamento di ogni tipo di formazione sull'autismo. Nel momento in cui il soggetto autistico non ha nessun tipo di prevedibilità del tempo e dello spazio, non può capire nulla di quello che succede, di quello che deve fare e non ha di conseguenza neanche una stabilità emotiva legata a questa sicurezza allora non potrà imparare cose successive, bisogna cominciare da questo livello.

 

La terza e la quarta dimensione le consideriamo insieme: fare delle valutazioni e utilizzare il risultato della valutazione per sviluppare un programma educativo individualizzato. Perché questo è legato alla prevenzione dei problemi di comportamento?

Ora, pensate a voi stessi: vi trovate in una situazione in cui continuamente vi vengono chieste cose troppo difficili per voi, penso che anche voi alla lunga svilupperete problemi di comportamento; ma anche se vi si chiede sempre la stessa cosa troppo facile, continuamente, anche in questo caso svilupperete un problema di comportamento. Ricordo di quando ho iniziato a interessarmi all'autismo nei miei primi contatti con le persone autistiche era ostacolato dal fatto che aveva un mio problema: avevo un po' paura di queste persone, paura perché? Perché sapevo che avevo a che fare con delle persone molto vulnerabili, e sapevo che se avesse chiesto cose troppo difficili avrei aumentato le loro difficoltà, e nonostante avessi una buona capacità intuitiva, non avevo nessun mezzo che mi aiutasse a capire cos'è che era troppo difficile, cos'è che invece era troppo facile per il soggetto con cui stavo lavorando.

Ora, quando si lavora con l'autismo, le difficoltà sono di una complessità tale che è importante all'inizio di un programma educativo, partire con basi oggettive sulle capacità. E' basandosi sul risultato di una valutazione oggettiva e standardizzata che si possono sviluppare dei programmi educativi individualizzati per la comunicazione, le attitudini nelle attività domestiche, per quelle del tempo libero, per quello delle competenze sociali, e accademiche funzionali.

Basandosi su dato oggettivi abbiamo molte più possibilità di riuscire ad avere dei successi. Ora noi qui siamo invitati a parlare di educazione specifica dell'autismo e quello che è importante in un'educazione specifica nell'autismo è di riuscire a dare dei successi alle persone autistiche.

Questo fa pensare di nuovo alla persona di cui abbiamo parlato prima, Gunilla Gerland, che è stata invitata nelle Fiandre a tenere delle conferenze (ma presto verrà anche in Italia a Lecco per una conferenza , giugno 2001 n.d.r), per i professionisti nelle Fiandre, nelle quali ha detto: "è molto importante lavorare sulla indipendenza, ma essere indipendenti senza avere alcuna auto-stima non serve a nulla. Quindi dare al soggetto autistico la sensazione di valere, creargli le basi per avere una sorta di autostima, è la cosa più importante nell'approccio educativo dell'autismo. Quello che si osserva nella popolazione delle persone autistiche molto dotate, i problema che si incontra più spesso è la depressione e anche nei casi di autismo con ritardo mentale c'è sicuramente una forte depressione anche se nascosta. Quindi ricordatevi che nell'educazione dell'autismo bisogna lavorare sul creare, dare a queste persone del successo.

 

La 5° dimensione della prevenzione dei problemi di comportamento è l'utilizzo di strategie specifiche per l'autismo. Di nuovo è una cosa del tutto logica, se noi vogliamo lavorare su un bambino cieco non usiamo la strategia d'apprendimento per i sordi. E si conosce bene l'autismo, si conosce l'importanza di alcune strategie che noi utilizziamo come per esempio la collaborazione tra genitori e professionisti, ma ne parlerò successivamente in modo più approfondito. Una delle strategie è l'utilizzo di supporti visivi perché cercate di tenerlo sempre bene in mente le persone con autismo sono dei pensatori visuali. Ad es. Temple Grandin scritto un libro intitolato: "Pensare in immagini " e un'altra persona autistica dotata che conosco, nelle Fiandre ha spiegato: "la mia prima comprensione è sempre attraverso le immagini, le immagini sono la mia lingua madre e successivamente devo tradurre le immagini con le parole e questo è un processo più difficile perché le parole sono la mia seconda lingua". Ora parlerò ancora di qualche piccolo aneddoto. Come forse vi ha già detto, Hilde non è solo una professionista dell'autismo ma è anche madre di Tomas che ha 14 anni ed è colpito da autismo.

Un giorno Tomas si era svegliato e quando si era alzato non aveva trovato in casa alcuno schema giornaliero, uno schema che gli mostrasse cosa doveva fare durante la giornata, appena sua madre si era alzata le ha chiesto "mamma cosa faremo oggi?" E Hilde gli aveva detto " adesso facciamo colazione poi faremo una passeggiata, poi faremo questo, quello e così via" . Tomas capisce il linguaggio verbale, non ha problemi, ma ha invece dei grandi problemi nell'utilizzare le informazioni verbali per organizzarsi. Dopo 5 minuti di nuovo ha chiesto " mamma cosa facciamo oggi?" e Hilde di nuovo aveva detto "facciamo colazione ecc." ; però Tomas aveva continuato così: dopo 5 minuti aveva chiesto " ma che cosa facciamo oggi?" , dopo altri 5 minuti "ma cosa facciamo oggi?" E alla decima volta Hilde gli ha detto " insomma Tomas ti ho già spiegato 10 volte " e Tomas aveva detto " come posso sapere se quello che facciamo non posso vederlo !"Questo sottolinea l'importanza di questo aspetto.

Avevamo organizzato uno stage formazione pratica in Svezia a cui partecipava un adolescente autistico molto dotato: Jonas e alla fine dello stage Jonas era andato da loro e gli aveva detto" è veramente un peccato che la mia insegnante non abbia partecipato al corso" , Theo gli aveva chiesto perché e lui ha detto " mi dispiace perché durante questa settimana di corso c'erano un sacco di immagini che potevano spiegare quello che avrei dovuto fare e da domani dovrò tornare nella mia classe dove non c'è neanche un'immagine che mi spieghi quello che devo fare". La stessa persona di cui aveva parlato prima, Gunilla Gerland gli ha detto " in pratica il visuale, l'immagine è l'anatomia del pensiero, quindi l'utilizzo di immagini visuali è la dimensione molto importante per la prevenzione dei problemi di comportamento". Oggi pomeriggio Hilde vi parlerà più dettagliatamente dei problemi di comportamento. Si parlerà della comunicazione e della interazione sociale.

 

 

(POMERIGGIO) Allora continuiamo parlando dei grandi malintesi, la storia dell'autismo. E' importante situare questi malintesi nella storia dell'autismo. Prima leggerò un frammento pubblicato in Olanda nel diciannovesimo secolo e la pubblicazione si chiama TRUCHEN (che è il nome di una ragazza) "LA FOLLE". Allora il frammento dice: fin dall'inizio questa piccola creatura si distingueva per, ed è il minimo che si possa dire , il comportarsi curioso e inquietante, apparentemente innato . Nessuno l'aveva mai vista felice, e nessuno l'aveva vista occuparsi e giocare, era come chiusa in un silenzio eterno, che non si poteva rompere, né con le parole della madre e del padre e neanche con le punizioni del maestro di scuola che dopo aver tentato a lungo con questa ragazza, aveva finito malcontento per toglierla dalla classe. Non la toccava niente, niente valeva la pena per lei che si prestasse attenzione, tutto era vuoto, era contemplativa e sognatrice e questo era il suo stato d'animo, la tristezza e la gioia scomparivano di fronte alla sua indifferenza, il miglior mezzo per spiegarla poteva essere un foglio di carta sul quale non c'era scritto niente, e un foglio di carta sul quale non poteva essere accettata la scrittura.

Questa è chiaramente la descrizione di una ragazza che noi definiamo autistica ;era richiusa in sé stessa e quindi apparteneva ad un sottogruppo dell'autismo perché la maggior parte delle persone autistiche che ho conosciuto nella mia esperienza, sono invece molto interessate alle altre persone e non sono affatto chiuse in se stesse. Questo frammento che abbiamo letto deriva da una pubblicazione di un autore francese che ha raccolto una serie di testimonianze pre-scientifiche di persone probabilmente autistiche. Il titolo del libro è " I racconti dell'autismo dietro i racconti delle fate" .

E' già un primo malinteso, noi pensiamo all'autismo come un fenomeno del ventesimo secolo, ma tutte le leggende, le storie di tutti i continenti, di tutte le epoche fanno riferimento a volte a persone che adesso noi possiamo considerare autistiche. Ma la prima persona che ha dato un nome ad un certo tipo di comportamento è stato lo psichiatra Leo Kanner nel 1943, con la prima pubblicazione scientifica dell'argomento. Leo Kanner aveva seguito un gruppo di bambini per una decina di anni, un gruppo che riteneva diversi dagli altri bambini con diversi tipi di difficoltà e che considerava con qualcosa di molto interessante e specifico. Dal momento che aveva individuato nel tratto principale che caratterizzava il comportamento di questi bambini, l'essere rinchiusi in sé stessi, il disinteressamento del mondo sociale, l' allontanamento dal mondo sociale, aveva denominato questo comportamento come autismo, dal greco AUTOS, da "sé stessi",denominando il disturbo Autismo infantile.

E tutti attribuiscono una grande importanza al ruolo che avrebbe avuto nella storia dell'autismo, tuttavia Kanner aveva commesso degli errori , e uno dei suoi errori più gravi è stato quello di adoperare la parola autismo per definire questo tipo di disturbi.

 

Negli anni 40 tutti conoscevano la parola autismo che era stata utilizzata molto da un altro psichiatra Bleuer, nell'ambito degli studi sulla schizofrenia e l'autismo era uno degli aspetti sintomatici della schizofrenia negli adulti, il più importante. E dal momento che conoscevano il termine autismo in questo modo, molti hanno pensato che se Kanner parlava di autismo infantile si riferiva a una sorta di schizofrenia infantile, questo è un grave malinteso. Oltretutto la schizofrenia infantile non fa mai il suo esordio prima dei 6 anni, inoltre è una condizione molto rara e ben distinta . Mentre le caratteristiche del disturbo autistico hanno il loro esordio tra i 30-36 mesi ( negli Stati Uniti si fa la valutazione di autismo a 18 mesi n.d.r. ), poi ci sono altri metodi di diagnosi differenziale, ma non entrerò in dettagli. E naturalmente Kanner come medico e psichiatra che chiedeva attenzione per una nuova sindrome di cui stava capendo gli elementi, si era posto delle domande sull'eziologia del disturbo.

Ora da questo punto di vista Kanner si era limitato a fare delle ipotesi sull'eziologia, ma delle ipotesi non dimostrate e soggettive che hanno poi portato a molti altri malintesi. Per cominciare aveva pensato che l'autismo poteva essere un fenomeno che riguardasse bambini appartenenti a classi sociali elevate, perché si era accorto parlando con i genitori dei suoi piccoli pazienti che erano tutte persone che appartenevano al grande libro delle persone importanti d'America. Tutti gli studi epidemiologici moderni invece, hanno dimostrato che l'autismo si riscontra in tutte le classi sociali. Ma l'idea di Kanner deriva da un fenomeno di autoselezione, che spiega anche altri errori compiuti in altri paesi. Praticamente autoselezione nel senso che: quali genitori potevano conoscere la presenza di un neuropsichiatra importante, che aveva già un'ottima reputazione e quali genitori potevano permettersi di spendere molti soldi per pagare questo psichiatra, quali genitori potevano permettersi di fare un viaggio per portare il loro figlio da questo psichiatra, sicuramente i genitori di classi sociali più elevate.

 

La neuropsichiatra Lorna Wing,( N.A.S.) un nome importante nell'autismo ha fatto degli studi e ha constatato che anche i genitori che in Gran Bretagna hanno fondato la 1° Associazione di genitori, che hanno fondato la 1° scuola per l'autismo, erano tutti genitori appartenenti a classi sociali elevate. Avrete sicuramente sentito parlare di un programma di stato che si chiama TEACCH che viene attuato nella Carolina del Nord e creato da Eric SCHOPLER e collaboratori. Nella sua fase sperimentale, agli inizi ,Schopler si era trovato a lavorare con i primi genitori di ragazzi autistici che appartenevano tutti mediamente a classi sociali elevate. Mentre ora che il programma Teacch da 20 anni è diventato programma di stato nella Carolina del Nord, la maggior parte dei genitori coinvolti con i loro figli autistici nel programma appartengono a classi sociali povere, il che potrebbe far pensare che tutto lo stato sia mediamente povero o che gli autistici nascono solo da famiglie povere .

 

Un altro malinteso: che siano i genitori, soprattutto la madre, la causa dell'autismo nei loro figli. Fino agli anni 60 gli studi sulla relazione madre- bambino erano stati compiuti tutti in una sola direzione, ovvero si studiava l'effetto che poteva avere il comportamento della madre sul figlio e mai l'effetto che la presenza di un figlio "eccezionale" potesse avere sul comportamento della madre. E c'è un libro pubblicato in America che parla proprio di questo che stiamo dicendo, che ha come titolo: L'effetto del bambino autistico sulla famiglia. Adesso faccio riferimento, diciamo così, della mia preistoria sull'autismo. Quando ho cominciato ad interessarmi di autismo: una trentina di anni fa nelle Fiandre, si pensava questo :che le madri nevrotiche trasferissero in qualche modo la loro nevroticità al figlio causandone i disturbi, quindi era come se la follia della madre passasse al figlio.

Ma proprio all'inizio della mia carriera è avvenuta un'esperienza che ha determinato la direzione che ha preso la mia carriera. Avevo deciso di passare alcuni giorni e alcune notti in una famiglia con un ragazzo autistico per capire meglio questo aspetto e la sua conclusione era stata fatta in breve tempo, quello che aveva capito era che lui sarebbe diventato nevrotico per molto meno e questa sua impressione/conclusione era stata rafforzata quando era passato a fare degli studi in Gran Bretagna. Le madri con cui aveva avuto a che fare quei tempi nelle Fiandre, erano completamente ormai disperate e quello che si era chiesto lui era: per quanto tempo avrebbero potuto ancora reggere quella situazione. Mentre le madri che poi aveva conosciuto a Londra ( dove già la rete di servizi Teacch esisteva ) appartenenti alle associazioni dei genitori erano madri di tutt'altro tipo, erano ancora attive socialmente, avevano una vita sociale, andavano in vacanza, al cinema ecc. e quello che si era chiesto era: da dove arriva questa differenza? Dall'inizio aveva avuto l'impressione che ci fosse una gran confusione tra causa - effetto.

Ora queste madri della G. Bretagna, erano madri che vivevano già in una cultura dove l'autismo era visto come un disturbo dello sviluppo e non come una malattia mentale, e queste madri inglesi non erano mai state accusate, i loro figli erano iscritti in scuole specializzate per l'autismo. A questo punto aveva deciso di fare uno studio di tipo internazionale comparativo, per cercare di confrontare le esperienze, le attitudini, le diversità delle madri che aveva visto nelle Fiandre e a Londra. Aveva utilizzato 2 questionari.

Il primo di questi questionari, era uno strumento di quelli già utilizzati da un neuropsichiatra infantile, nei quali venivano misurati gli effetti psicosomatici dell'avere un figlio handicappato in casa. Mentre il secondo questionario era stato concepito e sviluppato da lui stesso ed era una ricerca sugli effetti della sensazione di isolamento sociale, e su questo questionario c'erano domande del tipo: voi pensate che il vostro medico capisca i problemi di vostro figlio? Pensate che vostro figlio sia inserito in un programma ben adattato per il suo disturbo? Pensate che gli operatori che lavorano con vostro figlio tengano conto delle vostre priorità e lo fanno? E più le risposte a queste domande erano negative più forte era la sensazione di isolamento sociale delle madri che rispondevano. E quando aveva messo a confronto i dati della ricerca relativi al gruppo delle madri inglesi e di quelle delle Fiandre aveva riscontrato una differenza drammatica. Le madri inglesi avevano molti meno problemi di natura psicosomatica delle madri delle Fiandre e nelle mamme inglesi era molto meno presente il sentimento di isolamento sociale . Applicando la relazione statistica , era risultato con altissima significatività la differenza tra i punteggi dei due questionari.

Ora capite, nel passato si erano mescolati le cause con gli effetti, e quello che risultava era che le madri che avevano una problematica di questo tipo: la presenza di un figlio di questo genere, in casa, non avevano neanche il vero supporto sociale, il supporto di una rete sociale che intorno a loro potesse aiutarle (Oltre il danno , la beffa ! Come purtroppo ancora oggi succede in Italia! n.d.r.). Il fatto che le madri siano state colpevolizzate è visto sempre come la pagina più nera della storia della psicologia e della medicina.

Ancora 2 malintesi: molte persone pensano che tutte le persone autistiche siano dei Rain Man e siano molto dotate, ma nella maggior parte dei casi, l'autismo è associato a un ritardo mentale più o meno grave.

 

Un altro malinteso, la persona affetta da autismo, non può essere testata : ancora una volta faremo un piccolo esperimento con voi, voi siete le persone affette da autismo, e io devo valutarvi, siete pronti? Ora fate esattamente quello che vi chiedo : (il dott. Peeters dà una consegna in Fiammingo ai corsisti che non capiscono)…. "non siete testabili" (conclude il dott. Peeters ). Se nell'approccio con la persona autistica utilizzate un modo di comunicare che non è al suo livello, che non è comprensibile per lei, sicuramente non sarà testabile.

Ora aggiunge qualche altro malinteso, brevemente………………

Abbiamo già parlato della differenza tra un sintomo e una sindrome. L'essere ritirati in se stesso è un sintomo. Qualche volta si parla di guarigione dall'autismo, quando noi consideriamo l'autismo in tutta la complessità della sindrome, capiamo che non si può guarire da un piccolo sintomo soltanto. Se voi considerate un bambino autistico ritirato in se stesso e a un certo punto questo bambino si interessa agli altri, al mondo sociale, e voi lo considerate guarito, allora abbiamo due modi diversi di concepire il termine guarigione.

Attualmente non è così semplice, ora parlerò di un piccolo aneddoto che illustra bene questo tema. Clara Park è la madre di una figlia autistica, ora adulta, che ha pubblicato un libro ( L'assedio quando la figlia aveva otto anni e Exiting Nirvana adesso che la figlia ha quarant'anni ed è artista affermata n.d.r.), ha fatto diverse pubblicazioni, ad un certo punto parla della evoluzione di sua figlia Jessica, e in queste pubblicazioni si vede come i sintomi cambiano nel corso dell'evoluzione ma non i disturbi alla base dei sintomi. Dice che quando Jessica era piccola, era veramente ritirata in se stessa, quando c'erano degli ospiti a casa, la reazione di Jessica era di aprire la porta di casa d'ingresso, come per dire : voglio che escano fuori immediatamente. In questa fase era molto ritirata in se stessa. Ora è adulta e ha un salario, lavora in una libreria all'Università e vende anche dei quadri che fa, e sua madre dice, adesso quando ci sono ospiti a casa Jessica è molto contenta, è contenta quando c'è nuova gente. Solo che quando, adesso ci sono degli ospiti a casa, Jessica abbraccia continuamente chiunque entri, e quindi dobbiamo dirle " Jessica adesso sei una ragazza adulta, non puoi abbracciare tutti, ma soltanto i familiari e gli amici intimi ", ma come spiegarle quali sono gli amici, come c'è una differenza tra un amico che può essere abbracciato e un altro che non deve essere abbracciato. Sua madre dice : se l'autismo vuol dire essere ritirati in se stessi, allora Jessi non è più autistica, ma malgrado tutti i progressi che ha fatto, la sua comprensione sociale resta a livello di un bambino di 5 anni. Quindi vedete i sintomi cambiano, dall'essere ritirati in se stessi a un forte interesse verso le persone tanto da abbracciare tutti indistintamente, quindi 2 diversi sintomi che hanno la base nel medesimo disturbo, un disturbo nella comprensione sociale.

 

Un altro malinteso: avrete spesso sentito parlare di sindrome di Asperger. Nelle classificazioni internazionali la sindrome di Asperger è considerata come un disturbo generalizzato dello sviluppo come l'autismo ma è un'altra categoria diagnostica. Schopler ha pubblicato un articolo non molto tempo fa, nel quale dice che è pericoloso inserire nuove etichette diagnostiche senza una forte evidenza chimica. Per il momento non sappiamo se l'autismo di alto funzionamento e sindrome di Asperger siano 2 cose diverse. Ci sono molti articoli su questo tema, ma gli studi internazionali si contraddicono. Quindi per il momento la sola cosa che si può dire è che non sappiamo. In futuro sapremo se la sindrome di Asperger è una sindrome con tratti peculiari diversi dall'autismo, per il momento è troppo presto, per dirlo. E pensiamo che in molti paesi il termine sindrome di Asperger sia stato introdotto più per motivi sociali che motivi scientifici, quindi vedete il concetto di autismo si è sviluppato, si è evoluto nel tempo.

Ora che in molti paese si capisce, si conosce l'autismo sempre meglio, molto meglio di quanto si facesse prima, molti adolescenti che avevano avuto nell'infanzia diagnosi di deficit dell'attenzione e iperselettività, si scopre in realtà che hanno un deficit molto più diffuso che riguarda la comprensione sociale ( funzione cerebrale n.d.r.) in modo molto più sottile e pervasivo. Ma naturalmente è sempre uno shock, per i genitori di questi adolescenti in cui era stato diagnosticato in seconda diagnosi, l'autismo nei loro figli. I genitori e gli operatori erano alla ricerca di informazioni, di chiarificazioni perché naturalmente era uno shock un cambiamento di diagnosi a quell'età.

Nelle Fiandre le associazioni dei genitori e i centri per autismo avevano voluto fortemente una nuova etichetta diagnostica che designasse il disturbo dei loro figli, proprio perché, autismo, in molte culture è una parola troppo pesante, un po' seccante per i loro figli e si è alla ricerca di una diagnosi diversa . E pensando alla letteratura internazionale su questo tema, la cosa più interessante si trova in un libro di Donna Williams, che si intitola "L'autismo dal di dentro". In questo libro Donna Williams fa la differenza tra lei e suo marito, dicendo che lei è autistica e suo marito è affetto da sindrome di Asperger e questo tipo di conclusione, non si sa se è effettivamente vera o conviene generalizzarla ma è molto interessante. Ci sono altri malintesi sull'autismo ma penso che quelli di cui abbiamo parlato siano i principali.

 

Adesso è importante parlare del legame tra la comprensione teorica e l'intervento pratico sull'autismo, a grandi linee si tratta della stessa traccia di un libro pubblicato in italiano scritto dal dott. Theo Peeters ( L'Autismo. Dalla comprensione teorica all'intervento pratico; edito da Phoenix ) che ora ci racconta perché ha scritto questo libro. Diverso tempo fa in un congresso internazionale si era accorto della grande separazione, della grande distanza che c'era tra i teorici dell'autismo e chi in pratica lavora con gli autistici; quello che succedeva era che i teorici, gli scienziati presentavano la loro teoria sull'autismo e chi ci lavorava in pratica diceva" si molto interessante ma che cosa me ne faccio nella gestione pratica nel soggetto autistico? Ed è un problema il fatto che spesso molti pensatori teorici sull'autismo pubblicano degli articoli senza avere una conoscenza abbastanza pratica del problema, e allo stesso modo c'era chi lavorava in pratica, gli operatori che lavoravano con i soggetti autistici si trovavano a mettere in pratica queste teorie, senza capire il perché, quale era il fondamento che c'era dietro le strategie da utilizzare, ovvero degli operatori che non avevano abbastanza fondamenti teorici Lui si era chiesto se fosse possibile che venisse scritto un libro in cui gli aspetti teorici più importanti erano illustrati insieme alla conclusione, alla finalità della teoria.

Nel libro sono sviluppati in diversi capitoli questi diversi aspetti. 1° aspetto. la comunità internazionale dice che l'autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppoma che cosa significa e quali aspetti ha nella pratica?. 2° aspetto, una volta accettato la definizione dell'autismo come un disturbo pervasivo dello sviluppo, qual è l'aspetto più importante di questa definizione per la mia gestione pratica per l'autismo, per la mia comprensione .Il punto fondamentale da capire è la differenza nell'elaborazione delle informazioni, lo stile cognitivo diverso a cui poi seguirà un intervento pratico individualizzato e specifico. Ed ora, qual è l'effetto di questo stile cognitivo diverso di questa elaborazione delle informazioni ? Diverso in 3 aspetti della triade, quindi i 3 effetti nella comunicazione, nella interazione sociale, nell'immaginazione ?.

Naturalmente non aveva la presunzione di scrivere un libro che esaurisse la complessità dell'autismo, non è questo il caso. Ma aveva realizzato che se avesse scritto un libro nel quale fossero chiari i legami tra gli aspetti teorici e le conseguenze pratiche avrebbe aiutato gli operatori, ma soprattutto le famiglie i genitori ad essere protetti contro tutte le varie terapie miracolose che vengono presentate ogni anno sul mercato della speranza. Molti si nascondono ancora dietro l'etichetta dell'enigma dell'autismo, ma quello che lui pensa e che ora sappiamo abbastanza per l'autismo per poter pensare a un aiuto. C'è una conoscenza internazionale sull'autismo, sulla quale non ci sono più incertezze, ci sono delle pratiche educative che hanno portato ad una osservazione dell'efficacia evidente ( Teacch, con studi pubblicati scientificamente).

 

IPERSELETTIVITA' ,Ora Parla la dott.ssa Hilde Declerq : " Ieri ho spiegato come il pensare in dettagli si può ritrovare nella triade sintomatologica dell'autismo. L'abbiamo visto nella comunicazione, nella interazione sociale e ora vediamo nello sviluppo della immaginazione e del gioco. Vediamo( diapositiva) questa immagine un bambino che ( come tutti i genitori vorrebbero fosse il loro figlio) gioca ad es. con la sabbia: ha dei giochi di tipo immaginativo; ma sfortunatamente i bambini colpiti da autismo non giocano in questo modo. Ora non parleremo dello sviluppo del gioco simbolico nel bambino normale e nel bambino autistico, ma ci fermeremo sul pensiero in dettagli. Ora guardiamo insieme l'immagine (diapositiva) di questi giochi, cercando di nuovo di metterci nella testa della persona colpita da autismo che pensa in dettagli e che ha dei problemi nella concettualizzazione, nell'immagine più in alto si vede la miniatura di un treno, esattamente come un treno vero, un modellino, quindi tutti i dettagli sono uguali, per un bambino autistico si tratta di un modello più piccolo ma con tutti i dettagli che ha un treno normale.

Ora guardiamo invece l'immagine del treno fatto con il duplo, proviamo a confrontarla con il treno che abbiamo visto prima, quello più in alto e possiamo renderci conto di quanto sia difficile per un bambino colpito da autismo riconoscere un treno in questo gioco, si tratta di un treno che ha dettagli completamente diversi da quello in alto che ha un materiale diverso, diversa grandezza, completamente diverso, quindi possiamo capire che difficoltà che ha un bambino autistico nel riconoscere un treno in questo gioco, ora guardate il treno più in basso, un trenino di legno, un giocattolo pensato per bambini di 2 3 anni e un bambino di 2 anni è già in grado di giocare con questo gioco immaginando che sia un treno. Ma per un bambino autistico è veramente difficile vedere in questo gioco un treno. E guardate quello: quelli dovrebbero essere i passeggeri. Se confrontate i passeggeri che vedete qui, con i veri passeggeri dei treni vedete che nessun dettaglio è lo stesso. Noi siamo veramente dei surrealisti per un bambino autistico.

Quindi se ci chiediamo come mai i nostri bambini affetti da autismo non giochino con questi giochi, se riusciamo a comprendere il loro pensare in dettagli, diventa abbastanza logico capire il perché. Ancora, parlando di telefoni, tutti i telefoni di per se sono diversi, e già questa è una difficoltà per la persona affetta da autismo, ma che cosa dire dei telefoni giocattolo? Tutti i particolari che caratterizzano il telefono giocattolo, sono stati pensati apposta per il bambino normale, colori brillanti, il materiale, ma tutti questi particolari sono stati appunto pensati per il gioco del bambino normale, presentano delle difficoltà ,dei problemi per il bambino autistico, e che cosa può pensare di quello lì ( diap.) un bambino autistico? è un telefono , è una macchina, è un animale?

G. Gerland nel libro in cui parla del suo autismo, racconta che ad un certo punto aveva chiesto ai suoi genitori che le venisse regalato per Natale una fisarmonica, G. racconta che una volta aperto il pacchetto è rimasta tristissima e quasi disperata perché aveva avuto in regalo una piccola fisarmonica di plastica, fisarmonica giocattolo e , scrive lei quello che si aspettava era una fisarmonica vera, con una certa grandezza, con un certo materiale, faceva un certo suono, mentre quello che aveva ricevuto era una piccola cosa blu che non faceva il suono che lei si aspettava e non aveva tutte le caratteristiche che si poteva logicamente aspettare .E aggiunge che lei voleva la vera fisarmonica in questo caso e questo succede, succede che i bambini autistici preferiscono l'oggetto vero piuttosto che il giocattolo.

C'è stato un momento in cui a Tomas piaceva giocare con cacciaviti, bulloni e cose simili, così ad un certo punto per Natale avevo pensato di comprargli questi cacciaviti della Fisher Price, ma quando aveva aperto il pacchetto e aveva visto questo kit giocattolo era rimasto molto contrariato, lo aveva buttato per terra, non aveva voluto giocarci, perché quando si è pensatori in dettaglio si vede troppo la differenza che c'è tra il vero e la riproduzione in giocattolo, tutti i dettagli sono diversi, e penso che sia normale che persone colpite da autismo amino ad es. ricordare degli orari del treno, imparare a memoria le targhe delle macchine, delle successioni di cifre, perché il mondo delle cifre è molto più prevedibile e reale dei giocattoli che abbiamo visto prima.

 

Ora facciamo un piccolo riassunto sul pensiero in dettagli attraverso la triade sintomatologica per poi vedere le conseguenze pratiche. Quando una persona colpita da autismo attribuisce molto significato a un dettaglio, la stessa persona tenderà ad attribuire un certo dettaglio a un certo contesto. Abbiamo già detto che le persone colpite da autismo hanno dei problemi ad attribuire il significato delle cose e proprio nel tentativo di cercare di dare significato alle cose tendono ad attribuire determinati dettagli a determinati contesti, e l'immagine ( diapo.) che noi vediamo, per noi può sembrare simpatica e divertente ma questo cavallo con in testa una corona di fiori, può essere molto sconvolgente, per l'autistico, i fiori crescono dalla terra , come possono le radici uscire dalla testa di un cavallo ?Non sono nel contesto giusto. Abbiamo parlato ieri di Luca che aveva crisi di aggressività, quando durante lo stage pratico vedeva sua madre e la sua insegnante, e questo succedeva, perchè attribuiva la figura della madre al contesto casa, e la figura dell'insegnante al contesto scuola, quindi cosa ci faceva la madre in quel contesto dello stage pratico, che cosa significava la maestra in quel contesto che non era la scuola, non era il suo contesto.

E dicendo questo, non diciamo che le madri e i padri non debbano farsi vedere a scuola o in un altro contesto, ma se noi cerchiamo, riusciamo a capire il pensiero della persona affetta da autismo, poi possiamo arrivare a trovare il modo per rendere più accettabile il fatto di farsi vedere in un altro contesto. Quello che è importante è capire lo stile cognitivo diverso del bambino autistico, perché se non lo capiamo possiamo pensare: Luca piange quando vede sua madre perché non vuole bene a sua madre, ma non è così, dobbiamo spiegarci questo fenomeno capendo il suo stile cognitivo diverso.

Ad es. a casa di Hilde quando dovevano arrivare degli operatori della scuola per lavorare con Tomas, Tomas appena li vedeva, gli diceva: "No, andate via non potete fermarvi" e li portava alla porta e cercava di allontanarli. Quello che poi è stato fatto, è stato quello di dare a Tomas una prevedibilità di quello che sarebbe successo, in questo caso, mostrandogli la foto delle persone che sarebbero venute e cosa avrebbero fatto nel contesto casa ; ora accetta che ci siano ed è anche contento. Abbiamo detto che un'immagine ( diapo del cavallo con i fiori) come questa può essere molto sconvolgente per una persona autistica. Altro es., c'era una donna autistica non verbale con un ritardo